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Mille specchi per catturare tutto il sole del Sahara.
Fu quasi certamente un errore di traduzione a dare impulso alla leggenda degli specchi ustori con cui Archimede avrebbe incendiato le navi romane. Oggi, a 2200 anni dall'assedio di Siracusa, la concentrazione dell'energia solare attraverso pannelli e specchi torna però al centro della scena, proponendosi come fonte di energia rinnovabile ad alta efficienza. Una tecnologia pulita, capace di fornire energia al mondo intero: basterebbe coprire con impianti a concentrazione solare l'1% dei deserti per produrre tutta l'elettricità necessaria nel 2050. Non a caso sono già state realizzate centrali di questo tipo su terreni desertici altrimenti improduttivi in Spagna e Australia, mentre in Arizona è in corso di realizzazione un impianto da 280 Megawatt che genererà elettricità per 70 mila abitazioni entro il 2011.
"Quello del solare termico è un potenziale enorme", afferma il fisico tedesco Gerhard Knies divenuto famoso nell'ambito delle energie rinnovabili per una cartina del Nord Africa sulla quale ha tracciato tre quadrati di diversa grandezza, ciascuno dei quali sta a rappresentare quanta parte di Sahara dovrebbe essere coperta da un impianto a concentrazione solare per soddisfare i fabbisogni elettrici della terra intera, dell'Europa o della sola Germania. A un primo sguardo della cartina di Knies sembra semplice; in realtà passare dalla teoria alla pratica è maledettamente complicato.
Marocco e Algeria già progettano impianti di questo tipo, ma il primo ostacolo è rappresentato dal fornire agli europei elettricità attraverso il Mediterraneo. La maggior parte delle reti elettriche attuali è a corrente alternata (AC), che non può essere trasportata efficientemente sulle lunghe distanze. In Europa e in Nord America si discute se convertire le reti a corrente alternata (AC), vecchie di secoli, in reti a corrente continua (DC). Sebbene ciò consentirebbe maggiore flessibilità nel trasportare energia da fonti lontane, comporterebbe anche un significativo investimento in infrastrutture: ad esempio, per far arrivare a New York l'energia prodotta dalle turbine eoliche localizzate nel MidWest occorrerebbero investimenti per circa 13 miliardi di dollari.
Un secondo ostacolo è rappresentato dallo stoccaggio dell'energia prodotta dagli impianti nel deserto. Una delle soluzioni proposte consiste nell'utilizzare l'energia solare per riscaldare serbatoi a "lento rilascio" in modo da poter produrre elettricità dal sole anche di notte, ma c'è ancora parecchia strada da fare per arrivare a una soluzione efficiente.
Attualmente l'energia solare termica è più costosa di quella prodotta da fonti convenzionali come carbone, nucleare e metano e se è vero che nel corso degli anni il costo potrebbe scendere dai 17 centesimi al kilowatt/ora attuali a 7-10 centesimi, (o addirittura fino a 5 centesimi, che è il costo dell'energia prodotta dalle centrali a carbone), è anche vero che sono necessari forti incentivi pubblici. Ed è proprio questa, forse, la questione da cui dipende in definitiva l'affermazione o meno di una tecnologia energetica che sta muovendo i suoi primi, pur promettenti, passi.
Tra le obiezioni mosse all'impiego del solare termico nelle aree desertiche, poi, ve ne sono alcune piuttosto fondate a partire dal forte fabbisogno d'acqua degli impianti (le turbine devono generare vapore per produrre elettricità) per arrivare al rischio di stabilità politica dei Paesi nordafricani e alla vulnerabilità agli attacchi terroristici degli impianti e delle lineee di trasmissione.
Rielaborazione da: knowledge.allianz.com
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